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Domenica 3 Novembre | 09:32
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Le verità di Verbruggen

Caro presidente, le scrivo per riportare la verità su vari aspetti del mio mandato di Presidente UCI e per rispondere a una dura campagna mediatica nei miei confronti.
Ho scritto al nostro Presidente Pat McQuaid il 1° giugno scorso per informarlo della mia decisione di prendere le distanze dal mondo dello sport, ciclismo compreso. Dopo 38 anni dedicati allo sport, ora voglio godermi la pensione. Il presidente ne ha preso atto e ha deciso di rispettare la mia decisione.
In primo luogo, voglio mettere in chiaro che non ho mai agito in modo inappropriato e che la mia coscienza è assolutamente pulita. Con il senno di poi, però, ammetto che avrei potuto fare certe cose in modo diverso, ma non accetto che la mia integrità sia messa in discussione, come avvenuto in questi ultimi mesi. Come tutti sapete, anche se c’è un  Pre­sidente, le decisioni vengono prese collegialmente, tanto dal Comitato Direttivo quan­to dal Congresso.
Ho avuto l’onore di essere presidente della FICP dall’84 al ’91 con i seguenti risultati:
- introduzione di regole nuove per il ciclismo professionistico;
- basi per un sistema di assistenza sociale per i corridori professionisti
- rafforzamento del ruolo dei Commissari
- creazione della Coppa del Mondo e riorganizzazione del calendario per promuovere il ciclismo in nuovi paesi.

Durante la mia presidenza della UCI, invece, abbiamo ottenuto questi risultati:
- unificazione delle tre federazioni ciclistiche esistenti: FIAC, FICP e UCI;
- assestamento delle finanze della UCI passate da un disavanzo di 1,5 milioni di franchi svizzeri nel 1991 a un attivo di 13 milioni di franchi svizzeri nel 2005;
- creazione di uno staff UCI che è passato da 5 persone dislocate in tre diverse sedi nel 1991, a 75 persone nel 2005;
- costruzione di un Centro mondiale del ciclismo, una straordinaria risorsa per la globalizzazione del nostro sport;
- istituzione di una Commissione etica;
- miglioramento della posizione del ciclismo nel Movimento Olimpico.

DOPING. Durante questo periodo di intensa trasformazione e sviluppo, non abbiamo mai perso di vista la lotta contro il doping, che è un problema per il nostro sport sin dagli inizi del XIX secolo.
Se mi attribuissi il merito di tutto quanto è stato fatto durante il mio mandato di Pre­sidente, finirei per ignorare l’enorme contributo e tutto il lavoro svolto da un gran nu­me­ro di persone. Tra loro ovviamente gli uomini che hanno contribuito a spianare la strada nella lotta contro il doping, vale a dire i membri della nostra Commissione, con persone come l’ex vice presidente Werner Goehner, il professor Manfred Doenicke, il dottor Leon Schattenberg e il dottor Alain Calvez.
Il fatto che i giornalisti e sedicenti “commentatori dei social media” attacchino l'UCI senza capire che stanno attaccando l'integrità di chi ha aperto la strada nella lotta contro il doping e gode di una reputazione irreprensibile, è per me frustrante e inaccettabile.
Ho molto da dire sull’argomento, ma preferisco lasciare che i fatti parlano da soli.
Molte delle accuse mosse contro l’UCI e contro di me su questo argomento, hanno già avuto risposta e non intendo tornarci.
Nel marzo 2002, alla luce della vicenda Fe­stina, la Corte d’appello di Douai, dopo un’indagine approfondita e in conformità con il parere del pubblico ministero, ha concluso che l’UCI ha fatto tutto quanto in suo potere nella lotta conto il doping.
Evidentemente, questa sentenza parla da sola e per me è più importante dei presunti scoop di redattori di siti web o di commenti e opinioni letti su Twitter e altri forum.
La WADA ha sempre riconosciuto il lavoro dell’Uci in questo campo: ai Giochi Olimpici di Londra, il direttore generale della Wada  David Howman mi ha confermato personalmente che l’UCI è una delle due Federazioni Internazionali che ha portato avanti con maggiore impegno la lotta al doping.
A chi cerca una visione più equilibrata degli eventi passati consiglio di leggere il libro Chi crede ancora nel ciclismo? del giornalista bel­ga Hans Vandeweghe.
Ripeto: non ho mai agito in modo inappropriato e ho la coscienza pulita. Nessun fatto, nessuna prova contraddicono questa verità. Mi rifiuto di impegnarmi in un dibattito sciocco e di abbassarmi al livello di coloro che mi criticano e credono che io debba provare la mia innocenza: in realtà sono loro che non possono provare che io abbia fatto qualcosa di sbagliato.
Sono esasperato e stanco di questa catena infinita di giornalisti che si dilettano ad alimentare le teorie della cospirazione, che si travestono da “giornalisti investigativi” per vendere il loro ultimo libro o gonfiare il loro ego o le loro carriere.

FINANZE. Qualche parola sulle finanze dell’UCI. Come ho detto prima, ho trovato l’UCI nel 1999 con un debito netto di circa 1,5 milioni di franchi svizzeri. Dal giorno in cui ho assunto l’incarico, ho organizzato un sistema finanziario e contabile trasparente, ho assunto ragionieri e chiamato un esperto come J.-P. Strebel a sorvegliare il loro lavoro. Durante la mia presidenza, non abbiamo mai ricevuto critiche circa le nostre finanze né dalle federazioni nazionali né dal Con­gresso.
In una recente lettera, una federazione na­zionale ha chiesto (qualcuno potrebbe pensare a uno scherzo...) informazioni aggiuntive sui pagamenti da me ricevuti. Permette­te­mi di essere assolutamente chiaro: ho lavorato praticamente a tempo pieno per l’UCI e non ho mai ricevuto uno stipendio o un compenso come Presidente.
Sono stato in parte compensato per l’aumento considerevole del costo della vita che ho sostenuto nel trasferirmi in Svizzera. Qualsiasi analisi delle mie note spese rivelerà che questi adeguamenti erano ragionevoli e modesti. Non ho mai accettato o ricevuto una commissione o altro pagamento relativo al mio ruolo di Presidente.

ARMSTRONG. Molto è stato detto e scritto cir­ca la mia “amicizia” con Lance Armstrong. E perdono chi pensa che non sia mai stato fotografato con altri corridori che non fossero Armstrong. Le migliaia di fotografie che mi ritraggono con altri atleti sembrano essere, per strana coincidenza, tutte scomparse.
Permettetemi ancora una volta di essere mol­to chiaro. Non sono mai stato “amico” di Lance Armstrong né di altri corridori o team manager. L’unico corridore che è mai venuto a casa mia è stato Greg Lemond, che con il padre venne a chiedere il mio aiuto perché il suo datore di lavoro non gli pagava lo stipendio.
Non ho mai detto che Lance Armstrong non si sia mai dopato: ho solo detto, in modo che tutti potessero capire, che Armstrong non è mai risultato positivo.
Il fatto che non sia mai risultato positivo per l’UCI né per le autorità di controllo francesi, né per la USADA, né per la WADA, né per qualsiasi altra organizzazione rende ridicole le accuse di “copertura” che sono state mosse a mio carico.
L’UCI non ha mai protetto Armstrong. Ogni decisione su Armstrong e su qualsiasi altro corridore è stata presa secondo fatti accertati e i mezzi scientifici disponibili in quel mo­mento .
La posizione dell’UCI sulle tracce di corticosteroidi nei suoi campioni al Tour de France 1999 e il dossier relativo ai suoi campioni del Tour de Suisse 2001 è stata già chiarita. Non voglio sprecare il vostro tempo per ripetere ciò che è stato detto negli anni.
Recentemente ho scritto a Lance Armstrong per esprimergli il disgusto che mi suscita il gioco cinico che interpreta, rifiutando di fare una dichiarazione pubblica per confutare le accuse mosse dai suoi compagni di squadra, Floyd Landis e Tyler Hamilton, ai quali aveva detto che non avevano nulla da temere se fossero risultati positivi, perché lui poteva chiedere all’UCI di occuparsi della faccenda e coprire le loro positività.
Da quello che ho capito leggendo le loro  testimonianze, Armstrong aveva detto loro di essere risultato positivo, anche se nessuna prova di positività è mai stata prodotta.
Se Landis e Hamilton hanno ragione, posso solo supporre che l’obiettivo di Armstrong era quello di convincere entrambi che era risultato positivo ed era riuscito a rimuovere le prove per assicurare loro che avrebbe potuto farlo di nuovo, anche per loro.
Quando queste accuse sono state pubblicate per la prima volta, ho scritto una email ad Armstrong, gli ho chiesto se avesse fatto quelle dichiarazioni ai suoi compagni di squadra, sottolineando la gravità della sue parole e il danno che avrebbe causato all’UCI, alla mia integrità e alla reputazione mia e del laboratorio anti-doping di Lo­sanna.
Armstrong mi ha subito risposto: «Non sono mai stato trovato positivo, quindi non vedo perché avrei dovuto “inventare” storie come questa, sarebbe stata un’idea davvero stupida. È falso al 100%».
Il fatto che Armstrong abbia scelto di non rispondere alla mia recente lettera e di non parlare pubblicamente di quel che mi ha scritto nella sua e-mail del giugno 2011, è davvero molto doloroso .
Mi chiedo, considerate le loro testimonianze, come i suoi compagni di squadra - che hanno palesato una profonda conoscenza delle regole e delle procedure antidoping - siano stati apparentemente tanto ingenui da non provare mai a chiedergli cosa voleva dire con “aggiustare” le cose con agenzie antidoping come WADA USADA, AFLD, ecc.
Non perdiamo di vista, poi, il fatto che Floyd Landis e Tyler Hamilton, che sono ora ap­plau­diti per il loro coraggio, sono stati smascherati e sanzionati dall’UCI. E senza l’UCI il loro inganno non sarebbe mai emerso.
Con il senno di poi, e alla luce della confessione di Armstrong, ammetto che sarebbe stato più saggio non accettare donazioni da parte sua. L’UCI ha chiaramente accettato le donazioni in buona fede per finanziare la sua lotta contro il doping. Non vi è alcuna relazione tra i test di Armstrong e le due donazioni all'UCI: Armstrong non è mai risultato positivo, non c’è mai stato alcun test positivo da nascondere.

COMMISSIONE. Ho cercato in questa lettera, di ristabilire la verità, non avendo avuto la possibilità di farlo davanti alla Commissione indipendente che l’UCI è stata costretta a fermare e che aveva come mandato quello di svolgere un’inchiesta sul doping nel ciclismo
e sulla gestione UCI. Non ho mai avuto paura di difendere il mio nome e la mia reputazione in tribunale: non ho mai perso una causa. Vi invito a chiedervi seriamente come avrei potuto farlo, se avessi avuto qualcosa da nascondere . Arriva un momento in cui il troppo è troppo. Ho raggiunto questo punto. Se, dopo aver letto questa mia, continuerete a dubitare del mio ruolo nell’UCI, tanto peggio. Non farò più nulla per farvi cambiare idea. A partire da oggi, questi problemi non mi riguardano più e, nonostante quello che è successo nel corso dell’ultimo anno, è con un senso di orgoglio e di soddisfazione che ripenso a tutto quello che ho fatto prestando il mio servizio al ciclismo in maniera vo­lontaria.
Conservo in fondo al cuore le tante amicizie personali che mi ha regalato questo sport e rimango profondamente grato per l’amicizia e il sostegno che ho ricevuto durante l’ultimo anno.

Cordialmente,

Hein Verbruggen

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