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Sabato 29 Dicembre | 09:43
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DA TUTTOBICI. ROBERTI: NULLA E' CAMBIATO

Tutto nasce qui, o quasi tutto. È dal 2010 che il pm Be­nedetto Roberti sta lavorando alacremente per contrastare la piaga del doping nello sport e nel ciclismo in particolare. Ha scoperchiato aspetti fino a poco tempo fa sconosciuti e per certi versi anche sconcertanti: conti svizzeri, finti contratti d’im­magine, assistenza completa in caso di positività, pagamenti estero su estero che coinvolgerebbero anche diverse squadre, triangolazioni con il Prin­cipa­to di Monaco e la Svizzera. Insomma, un giro d’affari quantificabile in non meno di 30 milioni di euro.
L’inchiesta sta per essere chiusa (un mese, due, non di più), e di questo ne vuo­le parlare il meno possibile. Sorride e si scusa Benedetto Roberti, che ab­bia­mo incontrato a metà novembre nel suo ufficio della Procura di Padova. È quasi imbarazzato uno dei magistrati più conosciuti d’Italia, sicuramente il più conosciuto dal mondo dello sport, che  ha accettato di parlare con noi del­la situazione doping nel ciclismo. Non se la sente però di entrare nel me­rito dell’inchiesta che è alle battute conclusive. «Fin quando non ho messo il punto su tutto questo immane lavoro, non posso dire niente, penso mi possa capire…».
Capisco e si capisce anche che secondo il pm di Padova, il famigerato preparatore «Mito» Michele Ferrari, avrebbe ideato «un’associazione a delinquere finalizzata al contrabbando, commercio, somministrazione e assunzione di sostanze dopanti, evasione fiscale e ri­ciclaggio», come da più parti scritto.
Roberti in questi anni ha cercato con impegno, determinazione e certosina assiduità chi commerciava e somministrava doping, ma si è trovato di fronte anche a varianti sul tema, come l’i­po­te­si di frode sportiva (vedi vicenda Vino­kourov e Kolobnev, ndr). Per il pm la frode è provata da email sequestrate e da due bonifici effettuati dal corridore kazako, 100 mila euro il 12 luglio e 50 mila euro il 28 dicembre. Il tutto per assicurarsi la Liegi-Bastogne-Liegi.
Armstrong-Ferrari-Roberti: è sicuramente questo l’asse sul quale poggia l’in­chiesta antidoping più importante e sconvolgente della storia dello sport. Mi­gliaia di pagine dattiloscritte, documenti, verbali e intercettazioni telefoniche e ambientali, rogatorie internazionali: dalla Svizzera al Principato di Mo­naco, passando per la Spagna. Bene­detto Roberti è il magistrato di Padova che da un paio di anni si occupa del fe­no­meno doping targato Michele Fer­rari, il «dottor Mito», il «Testa Rossa» o lo «Schumacher» che dir si voglia, il preparatore più famoso dello sport, in­chiodato in primo grado ma poi assolto in appello nel 2006 per il processo do­ping di Bologna.
Seguendo proprio la pista Ferrari, Ro­berti si è trovato davanti a degli elementi che hanno portato, di fatto, all’apertura dell’inchiesta americana della Usada contro il sette volte vincitore del Tour, ma alla fine ha trovato tanto e molto di più.
Ma chi è Benedetto Roberti, l’uomo più inviso e idolatrato del momento?
«Ho lavorato per oltre venti anni al Tri­bunale Militare di Padova - ci racconta con quella sua parlata fluida e ficcante, dal forte accento veneto -. Poi, con la finanziaria Prodi del 2008, è stata prevista la riduzione delle sedi e degli organici della magistratura militare con facoltà per i magistrati militari di optare per la magistratura ordinaria. Così ho scelto di cambiare e da allora mi occupo un po’ di tutto».
Ci dica qualcosa di più personale?
«Crede che possa essere d’in­teres­se?...».
Credo proprio di sì.
«Sono nato nel ’58 a Marostica, provincia di Vicenza. Ho fatto il classico e poi giurisprudenza e tutta la trafila per di­ventare magistrato. Da Marostica mi sono trasferito nel ’92 a Bassano del Grappa, e ora abito a Cittadella con mia moglie Paola e i miei tre figli: Ca­terina 17 anni, che frequenta il pe­nultimo anno delle superiori, Costanza, che fa la prima media e Giuseppe, il più piccino che è in quinta elementare e gioca a calcio nei pulcini del Citta­del­la. Io sono appassionatissimo di calcio e di ciclismo».
È appassionato di ciclismo?
«Sì, perché, non si direbbe? A 17 anni sono stato letteralmente catturato dal fascino delle due ruote. La prima bi­cicletta me la sono comprata a Ma­ro­stica. Mai agonismo esasperato però, solo delle belle passeggiate. A 32 anni mi sono comprato anche una mountain bike e mi sono tesserato con la Cicli Antonello e ho cominciato a fare anche qualche Gran Fondo. Tanto divertimento e anche qualche incidente di percorso con tanto di frattura di una clavicola. A 34 anni sono passato al ciclismo su strada. Ho una Look e ho anche disputato qualche Gran Fondo con la maglia della Cicli Bassan di Abano Terme. Ho corso l’Alpe Adria Tour, la Pinarello, la Campagno­lo, la Pantani e la Dolomiti per ben due volte: sempre il lungo però, perché io sono un passistone. Sono alto più di 190 centimetri e non sono certamente uno scattista, ma un buon passista forte e resistente. Mi piace la salita, me la cavo in discesa».
Un corridore tutto pane e acqua…
«Certo, solo barrette e acqua. Ve lo assicuro. Quando lavoravo per la giustizia militare avevo molto più tempo a disposizione e mi allenavo moltissimo, quasi tutti i giorni. Ora faccio molta più fatica. Vado solo quando posso, nei fine settimana, e solo per puro piacere».
Cardiofrequenzimetro?
«Non lo uso. Pane acqua e sensazioni. La mia salita ideale è lo strap­po della Ro­sina, sopra Ma­ro­stica. Da quelle par­ti incontravo sempre i professionisti della zona: Pozzato, Rebellin, Moletta, To­sat­to e tanti altri…».
Facendo le Gran Fondo, quindi, avrà visto chissà quante cose che non an­davano…
«Diciamo che mi sono fatto proprio una bella cultura in materia. Loro non sapevano chi fossi e io prendevo nota di tutto, ho capito certi meccanismi. Bisogna essere ciechi per non vedere certe cose. Il mondo amatoriale è di gran lunga peggiore di quello professionistico. Sarebbe da fermare in blocco, fanno cose inaudite, con una facilità e una semplicità che fanno rabbrividire solo al pensiero. Ho visto tantissime persone che si fanno le supposte di cortisone poco prima del via, lì sulla linea di partenza,  davanti a tutti. E partecipanti che si iniettano con naturalezza sostanze di ogni tipo. Non parliamo poi delle gare sotto l’egida della consulta Udace: sarebbero tutte da chiudere. Sono pericolose e non sono nemmeno gare di ciclismo. Per­so­ne di una certa età che vanno a 60 all’ora per due ore di fila: cose che lasciano a bocca aperta. Il problema è che nel ciclismo regna la più assoluta stupidità, non l’ignoranza. E la stupidità è molto peggio dell’ignoranza. È più difficile educare, far capire. Una persona ignorante non conosce, ma ha un margine per poter colmare un vuoto, lo stupido è segnato: per sempre. E nel ciclismo di stupidi ce ne sono davvero troppi. Il Ventolin usato come se fosse Iodosan oppure una caramellina al miele. C’è un problema di sottocultura generale. Non si guarda alla salute, non ci si pone alcun problema. Anche se non si hanno delle doti, si fa di tutto per poter arrivare prima dell’amico. Mi creda è una cosa aberrante».
Lei entra nella magistratura ordinaria nel 2008: quando si trova ad indagare per la prima volta sul doping nel ciclismo?
«Mi è stata assegnata l’inchiesta che vedeva indagato il pa­pà di Andrea Mo­letta, al quale erano state trovare delle fiale di Lutrelef (un or­mone femminile, ndr). Mi arriva sul tavolo quel fascicolo e comincio a lavorare. In quell’indagine arrivo anche ad intercettare un fa­moso medico, En­rico Lazzaro, condannato per fatti di do­ping nel 2001, che però successivamente è stato assolto in secondo grado dal giudice monocratico di Este».
Come mai è stato assolto?
«Non condivido le argomentazioni. Non ha ritenuto le prove sufficienti».
Poi si è occupato della positività di Ema­nuele Sella…
«Esattamente. Grazie a quell’indagine sono riuscito a vedere da dove proveniva quella famosa Cera della Roche, che era al tempo l’eritropoietina del mo­mento. Era di facile utilizzo e senza l’obbligo di temperatura controllata, quindi si poteva trasportarla senza l’ausilio dei famosi frigoriferini. E si è poi arrivati all’arresto del ser­bo Aleksan­dar Nikacevic, ex professionista della Cerchi Alessio, ct della nazionale dilettanti della Serbia. L’altro punto di riferimento di Nikacevic era Donato Giuliani, ex gregario di Gio­vanni Battaglin negli anni ’70, direttore sportivo di una formazione di giovani, la Ha­dimec Nazionale Elettronica, una squadra italo-svizzera i cui membri italiani sono entrati tutti nell’inchiesta. Tutti rei confessi e trovati in possesso di sostanze dopanti di ogni tipo, dall’epo al gh, igf1, ecc. In un interrogatorio, il buon Giu­liani si è così giustificato: “Nel ci­clismo è sempre stato così; se non vinco non arrivano i soldi degli sponsor e per vincere ci vuole il do­ping”. Giuliani è stata una figura molto importante, ci ha spiegato tutto, ci ha aperto gli occhi. Le racconto un’altra cosa, che le da una fotografia del ciclismo….».
Ci dica.
«Non le faccio il nome perché non è im­portante, ma la sua storia è emblematica. Un tossicodipendente padovano era preparatore alla Varedo Miche­lin, una formazione dilettantistica lombarda. Frequentava il SERT perché co­cainomane e a casa sua abbiamo trovato di tutto. Portava in giro una borsa ver­de nella quale teneva farmaci di ogni tipo: ormoni femminili, testosterone, Ventolin, gh e così via. Questi era un tossico, tutti lo sapevano, ma nessuno provava il minimo imbarazzo. Nel ciclismo non ci si scandalizza più di nulla. Tutto è normale, tutto è lecito. Sono anche convinto che loro si considerino più uomini degli al­tri, perché rischiano, perché sono furbi, perché osano e si fanno grandi agli oc­chi degli stolti. Lo ripeto, nel ciclismo di stolti ce ne sono troppi».
Ma secondo lei il ciclismo è tutto marcio?
«Non tutto, ma non è messo per niente bene e creda a me, non è cambiato nul­la. Non è vero che la situazione negli ultimi anni è migliorata. Non è cambiato assolutamente nulla. Abbiamo a che fare con persone senza scrupoli che si iniettano di tutto, senza nemmeno sa­pere cosa stanno facendo. Prodotti trafugati da ospedali, oppure provenienti da Paesi dell’Est senza nessuna garanzia e loro si fanno emodiluizione senza alcun problema».
Che idea si è fatto?
«Che non si può combattere il doping solo con la repressione. Il problema è cambiare le teste, fare cultura, ricreare un senso di responsabilità. In questo mondo non c’è più il senso dell’imbarazzo. Si è sfacciati, sfrontati e spietati. Ma il problema non è solo del ciclismo: è il mondo di oggi che è così. Nar­co­tiz­zato, drogato da mille sollecitazioni, an­che e soprattutto culturali. C’è gente che non sa più distinguere il bene dal male».
Cosa ha da dire a Renato Di Rocco che l’ha accusata di aver tradito i patti, di non aver collaborato con la Procura del Coni?
«Non ho mai replicato e non replico nemmeno questa volta. Ci sono delle regole procedurali da rispettare. Esiste il segreto istruttorio. Ho letto che io non avrei fiducia nel Coni: è falso. Io ho sempre collaborato con loro e continuerò a farlo».
Ma sulla vicenda Alex Schwazer, il Coni sarebbe stato scavalcato. Non sapevano nul­la, la Wada sì.
«Questo non lo so. Alla Wada sono stati trasmessi alcuni aspetti della mia indagine solo un mese fa, in quanto organo superiore della Nado e quindi sopra anche al Coni. Si tratta pertanto di una polemica infondata. Io non ho tempo di preoccuparmi di queste be­ghe da bar. Ognuno dica quello che vuole. Io ho sempre collaborato con il Coni, ma ci sono momenti in cui non posso fare certi passi. E lo stesso ho fatto per il caso Armstrong. Un mese e mezzo fa ho mandato materiale riguardante Armstrong. Attezione: alla Usada non ho inviato mai nulla. I miei interlocutori sono stati e sono l’Interpol e la Wada, organismi sovranazionali, con i qua­li collaboro da oltre due anni e che hanno a Lione un vero e proprio ufficio mondiale dell’antidoping a cui si sono rivolti poi gli investigatori americani».
Cosa bisognerebbe fare, quindi?
«Bisognerebbe controllare bene coloro i quali vanno ad insegnare ciclismo ai ragazzi. Chi ha cor­so negli anni ’80-90 e duemila sono sog­getti a ri­schio. Esem­pio: lei darebbe una squadra in mano a Mariano Piccoli? È questo il punto. È qui il problema. C’è da fare pulizia a questo livello. C’è da ripensare a nuovi dirigenti, a nuovi tecnici. Altro che ma­nifesti del ciclismo credibile o codici etici che si fan­no sempre con le stesse persone. Ci deve es­se­re veramente un salto culturale. Biso­gna rendere sconveniente il doparsi. Dobbiamo lavorare sulle famiglie. È un discorso di economia di mercato: l’ingaggio lo si ha se si portano a casa i risultati. Bi­so­gnerebbe pe­rò far capire ai ragazzi, e non solo a loro, che è molto più importante portare in giro il buon no­me del proprio sponsor anziché raccogliere vittorie farlocche. La Feder­ciclismo in questo percorso ha un ruolo fondamentale, una grande responsabilità».
Della questione ciclopoli - corse vendute e comprate - cosa ne pensa?
«Il regolamento Uci parla di lealtà sportiva all’articolo 12.1.005. I re­go­la­menti dicono che se un corridore rinuncia a fare la volata è passibile di squalifica. Lascio a voi tirare le conclusioni. Vi piace questo ciclismo? Bene! Però sappiate che esistono anche le scommesse lecite, quindi…».
Il doping è solo una questione del ciclismo?
«Il 90% del doping è nel ciclismo. È una questione culturale, ma anche di fatica. Il ciclismo è molto duro. Nel calcio, ad esempio, non è così. C’è una attrezzatura umana e di sistema migliore. Certo, qualche sospetto ce l’ho an­che nel calcio, perché vedo che ci sono calciatori che da un anno con l’altro aumentano in maniera considerevole le loro masse muscolari. Ma i club di calcio possono disporre di centri specializzati, di strutture qualificate».
Mi perdoni, ciò non toglie che se in questi grandi centri qualificati fanno ricorso a pratiche illecite, non va bene…
«Però non escono scandali…».
Beh, certo, non escono perché non le andate a cercare…
«Non è esattamente così. Ad ogni mo­do nel ciclismo esce di tutto perché le squadre non hanno strutture adeguate. Lo sa che ci sono team che hanno cor­so il Giro d’Italia senza nemmeno ave­re un medico al seguito?…».
Non lo so perché non è vero, non mi risulta che in tempi recenti ci siano state squadre professionistiche che non avessero al seguito un medico.
«A me certi corridori hanno assicurato che ci sono squadre Professional che hanno corso il Giro senza il medico al seguito. In ogni caso c’è troppa im­prov­visazione, poca professionalità. Nel ciclismo non si va dal professionista, ma dal praticone. Cacciamo tutta questa generazione di corridori falliti e di bari, diamo possibilità ai tanti ragazzi laureati in scienze motorie e forse qualcosa potrà cambiare…».
Lei sarebbe per la radiazione alla prima infrazione?
«Al primo errore c’è la sospensione della pena anche nel codice penale. E poi anche con la ra­diazione di mezzo, se­condo me, ci sarebbe sempre chi rischierebbe lo stesso».
Togliere tutti e sette i Tour ad Arm­strong dopo così tanti anni, ha senso? Non trova che sia una decisione un po’ ipocrita?
«Ci dovrebbe essere la prescrizione, dopo otto anni…. L’Uci do­vrebbe togliere la licenza a team ma­nager come Bjarne Riis, che è un reo confesso. Invece non solo non gli han­no tolto il Tour che ha vinto nel ’96, ma è lì che lavora come se niente fosse. L’Unione Ciclistica Interna­zio­nale una posizione chiara e netta dovrebbe pren­derla. E sicuramente ha le sue re­sponsabilità».
Ha mai incontrato in questi anni il presidente Renato Di Rocco?
«Mai e l’avrei anche incontrato volentieri. Mi sarebbe piaciuto dirgli che bisogna puntare su giovani tecnici ma anche su nuovi dirigenti, medici e preparatori. Certo, capisco che non è facile. I fondi sono quelli che sono e anche la lotta al doping è quella che è, ma bisogna provarci. Cosa può insegnare un corridore degli anni Novanta che ha corso nell’epoca dell’eritropoietina? Insegnare quel ciclismo, non un altro. E anche i genitori e le famiglie non so­no esenti da colpe. Famiglie che non san­no nemmeno cosa sia un’a­li­men­tazione corretta e imbottiscono i loro ragazzini di hamburger e Red Bull. Ma lo sa che questa bevanda che va tanto di moda tra i giovani è una vera bom­ba? Non è doping, questo no, ma è carica di caffeina, taurina e vitamine di ogni tipo. Sono bombe energetiche che vanno prese con intelligenza e precauzione. Invece si fa tutto con superficialità: ragazzi che non ci pensano, genitori che non ci sono. Ci sono ciclisti juniores che nel valigino hanno aghi a farfalla, flebo, siringhe pronte. Borracce contenenti Coca Cola, caffeina, contramal e teofilina. La teofilina e la caffeina combinate assieme sono altamente nocive per la salute. Le ho fatte analizzare recentemente dall’ospedale di medicina legale di Padova: i risultati mi hanno confermato la loro tossicità. I corridori che ho interrogato mi dicono sempre le stesse cose: “Ma il mio direttore sportivo dice che ha sempre fatto così... Non succede nulla... Non ti preoccupare, an­ch’io lo facevo quando correvo”».
Michele Ferrari ha anche scritto che: «Tra il 2010 e il 2011 Macchi ha raccontato a mio figlio di essere stato ripetutamente contattato a casa sua da due individui che gli chiedevano denaro per non rivelare i suoi rapporti con me, una cosa che non si poteva sapere, una cosa che proveniva da un’investiga­zione». Secondo Ferrari uno degli investigatori veneti e il consulente della Procura avrebbero utilizzato i contenuti delle intercettazioni a scopo intimidativo.
«Sono solo calunnie per gettare fumo negli occhi alle persone».
Ricapitolando, secondo il suo parere cosa bisognerebbe fa­re?
«Ci vorrebbero degli organi di polizia addestrati e preparati per la lotta al do­ping. In realtà istituzionalmente la com­petenza sarebbe dei Carabinieri del Nas, ma in realtà se andiamo a guar­dare sono pochi i sottoufficiali o gli ufficiali veramente preparati su questo argomento. Perché non basta conoscere e sapere a memoria l’elenco delle sostanze vietate, bisogna conoscere le metodologie d’assunzione, le modalità e soprattutto conoscere i personaggi. Sapere che se io trovo positivo un corridore, devo poi collegare il nome di questo atleta ad una serie di persone che vanno a costituire il suo mondo. Bi­sognerebbe creare a livello di In­terpol un vero e proprio reparto speciale dedicato a questo».
E le case farmaceutiche, loro non devono fare niente?
«Tocca un punto importante. Almeno in Italia è fondamentale che si imponga alle case farmaceutiche che producono eritropoietina di introdurre un tracciante. Lei deve sapere che i ciclisti mi hanno recentemente raccontato che ci sono delle sostanze in uso che non so­no rintracciabili all’antidoping. Una è l’eritropoietina Z della Retacrit, volgarmente chiamata ”Epo Z”: non si trova alle analisi antidoping ed è stata brevettata in Italia dalla AIFA a settembre 2010. Quest’anno hanno varato una eritropoietina cinese, che non so come si chiami, ma non si trova assolutamente e alle Olimpiadi di Londra è stata certamente regina dei Giochi. Poi c’è l’AICAr, che viene introdotto in polvere dai paesi dell’Est e sarebbe una sor­ta di doping genetico. In termini semplicistici, serve per riassettare le fibre mu­scolari dopo grossi stress: anche questo prodotto non si trova alle analisi antidoping. Quindi secondo lei la situazione è migliorata? Secondo lei lo sport e il ciclismo in particolare hanno davvero intrapreso un’altra strada? Io le dico di no e chi dice diversamente non vuole bene al vostro sport. Sappia che è ancora molto in uso, per compensare l’ematocrito elevato, l’emoglobina umana di provenienza sempre dall’Est. I corridori fanno spesso tutto da soli, si prendono questi prodotti di dubbia pro­venienza (flaconi anonimi, senza alcuna garanzia) come l’emoglobina umana appunto, e la mescolano con maltodestrine, zuccheri e acqua fisiologica... Esistono gli stregoni, ma i corridori fanno spesso tutto da soli. Per sua informazione, a tutt’oggi anche il Gh, l’ormone della crescita, non si trova».
Lei dice che non ci sono i fondi per fare un’adeguata lotta al doping, ma nel grande ciclismo l’Uci fa pagare alle squadre grandi somme di denaro per il passaporto biologico: si parla di un budget di oltre 20 milioni di euro.
«Bene, che si destinino una parte di questi proventi per combattere il do­ping nelle categorie giovanili. Al­tri­menti sa cosa succede? Si continua a far crescere una generazione di ragazzi che sanno fare ciclismo solo barando e poi si pretende che non lo facciano più da professionisti. Con l’aggravante che, molto probabilmente, anche tra i prof quei 20 milioni di euro non vengono nemmeno interamente utilizzati per fare un’efficace lotta al doping».
Per il caso Armstrong, gli americani l’han­no ringraziata per il grande lavoro svolto in questa indagine: è forse uno dei grandi italiani apprezzati negli States…
«Ho letto. Mi hanno anche detto i colleghi americani che non hanno mai vi­sto una metodologia d’indagine come la nostra. E se tiene conto che a questa indagine hanno lavorato di fatto, come polizia giudiziaria, solo tre sottoufficiali, posso dire che siamo stati davvero bravi a fare un grandissimo lavoro».
Se Torri le avesse chiesto la lista dei clienti di Michele Ferrari gliela avrebbe mai data?
«No».
Gliel’ha mai chiesta?
«No».
Quindi Pozzato, Schwazer e Macchi sono stati solo sfortunati?
«Sono uscite notizie giornalistiche non certo per volontà mia. Non vorrei che sia Ferrari che ogni tanto butta là qualcosa. Oppure uno come Pozzato, sa­pendo che eravamo sulle sue tracce ha fatto in modo che uscisse la cosa per farsi squalificare in una fase della stagione a lui conveniente. Scontata la pena, adesso e pronto per tornare a correre serenamente».  
Lei pensa davvero che Pozzato si sia fatto squalificare prima di un appuntamento importante come le Olimpiadi di Londra?
«Mah, non so, potrebbe…».
Non le sembra un tantino fantasiosa co­me interpretazione…
«Guardi, io in questi anni ho visto cose che voi nemmeno potete immaginare. E non escludo nulla. Non ci metto la mano sul fuoco, ma non trascuro niente. E di certa gente ho imparato a non fidarmi mai. Altro che poveri cocchi: i corridori sono i veri responsabili. Pri­ma corridori, poi diesse o team manager. Ma sono sempre loro. È da lì che inizia e finisce tutto. Il resto sono solo parole. Mi creda».
Vorrei tanto non crederle.

di Pier Augusto Stagi
da tuttoBICI di dicembre

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