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Mercoledì 29 Agosto | 08:33
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LA STORIA. Di nuovo Moser

«Credo che Moreno sia un buon erede. Ha il mondo davanti a sé» afferma Fran­­cesco, il Moser (per ora) più vincente della storia. Si riferisce a suo nipote che, nato il 25 dicembre, può diventare un dio del ciclismo.
Moreno Moser ha un cognome importante e tutte le carte in regola per di­ventare il più forte di una delle famiglie più celebri del pedale. Ha già superato papà Diego e i fratelli, gli manca da battere “solo” gli zii Francesco e Aldo (15 vittorie, due maglie rosa, quattro presenze mondiali, ndr). Mancano “solo” un mondiale, un Giro d’Italia con una cinquantina di giorni in rosa e una manciata di Classiche e altre duecento cinquanta vittorie (Francesco Mo­ser è il secondo plurivittorioso della storia del ciclismo, con 276 vittorie, contro le 525 di Eddy Merckx, ndr), ma il tempo e le doti ci sono. «Ripetere quello che ha fatto mio zio è quasi impossibile, ab­biamo anche caratteristiche diverse, pe­rò ho pa­recchi anni per capire dove po­trò arrivare».
Fresco vincitore del Giro di Polonia, si è scoperto non solo corridore da classiche, ma anche speranza per le corse a tappe. In tanti l’avrebbero voluto tra gli azzurri di Bettini a Londra, lo stesso CT a dieci giorni dalle Olimpiadi ha dichiarato: «Mi dispiace molto. Oggi sarebbe certamente un azzurro». Tutti lo pretendono al Campionato del Mon­do di Valkenburg dove, se è ormai sicuro vestirà l’azzurro, è sempre più probabile venga addirittura designato co­me una delle nostre  punte per la sfida iridata.
Lui è pronto ad assumere questa re­sponsabilità? E che ne pensa di questa popolarità scoppiata tutta d’un tratto? Scopriamo cosa passa per la testa (e non solo) di questo fenomeno classe ’90 che al debutto tra i professionisti vanta già cinque vittorie: Laigueglia, GP Francoforte, due tappe e la classifica generale al Giro di Polonia.
Moreno, sembra ti venga tutto facile.
«Non è proprio così, però ammetto di essere il primo ad essere sorpreso di quanto sto riuscendo a fare. Al primo anno tra i professionisti ho già raccolto più di quanto mi aspettassi. La vittoria al Trofeo Laigueglia è stato il miglior inizio, era la mia terza gara tra i prof (la quarta se si tiene conto del Melinda corso da stagista nel 2011, ndr), è arrivata a sorpresa ed è stata frutto dell’incoscienza e della fiducia che da subito la squadra mi ha concesso. Al GP Francoforte mi sono ripetuto e ho dimostrato che il primo successo non era stato un colpo di fortuna. Poi sono arrivati altri risultati importatnti, tra cui il terzo posto al Campionato Italiano, finchè è stata la volta del Giro di Po­lonia».
Com’è stata questa prima vittoria in una corsa a tappe?
«Per me ha rappresentato una bella dimostrazione di forza. Il percorso era adatto alle mie caratteristiche, sono stati sette giorni di classiche con salite corte e ar­rivi da gruppetto, ma era la prima volta che mi mettevo alla prova in una corsa di più giorni di alto livello. Alla fine ho preceduto di 5” il polacco Kwiat­kow­ski, di 16” il colombiano Henao, di 28” il tedesco Gerdemann e ho portato a ca­sa due tappe, la prima e la sesta, e la consapevolezza di poter ambire un giorno al Giro d’Italia e alle grandi corse di tre settimane. Ho solo 21 anni e non ho fretta, ma sulle salite corte tengo duro e a cronometro vado bene, se migliorerò sulle salite lunghe potrò sognare di correre sulle strade del Tour e, perché no, sorprendermi ancora una volta di me stesso».
Come hai festeggiato?
«Tornato a casa, ho trovato nella cantina di famiglia una grande festa organizzata dai miei fratelli e dagli amici di sempre, c’era un po’ di gente (60-70 per­sone, ndr) con striscioni, cartelli e tutto ciò che può far piacere trovare do­po un viaggio».
Dispiaciuto per l’Olimpiade?
«Sinceramente ho vissuto questo episodio con molta serenità perché non ero stato escluso a priori, semplicemente il Commissario Tecnico ha dovuto scegliere gli uomini per Londra prima del mio exploit al Polonia quindi non mi ero fatto illusioni. Nonostante mi avesse fatto sottoporre alle visite preolimpiche, non ci speravo dall’inizio. Quando sono tornato dalla Polonia, sono stato al te­lefono a lungo con Bettini che mi ha confermato che ci teneva parecchio ad avermi con sè a Londra, ma il regolamento impone che le convocazioni vengano consegnate presto quindi c’era ben poco da fare. Sarà per la prossima!».
Sembra ti potrai rifare al Mondiale di Valkenburg.
«Sì, lì non è detto che debba per forza fare il gregario (sorride, ndr). Mi impegnerò per arrivarci al top: per questo dopo il Polonia ho staccato un po’ e cambiato leggermente i miei programmi. Ho rinunciato all’Eneco Tour, preferendo il Giro del Colorado dove, grazie anche all’altura, potrò trovare una buona condizione da rifinire in un altro paio di corse prima dell’appuntamento iridato. Il percorso? Purtroppo non avendo partecipato all’Amstel, a cui ho dovuto rinunciare per essermi ammalato dopo il Giro dei Paesi Ba­schi, non l’ho provato ma a quanto sembra dovrebbe essere adatto alle mie caratteristiche quindi ora lavoro con in testa questo obiettivo».
Cosa ti aspetti per il finale di stagione?
«Dopo il mondiale mi concentrerò sul calendario italiano e vedremo quello che verrà. Quest’anno non sarò al via della Vuelta a España, nel mio programma non c’è mai stato nessun grande giro perché sia io che la squadra non vogliamo improvvisare nulla. Nel finale di stagione mi farò trovare pronto e motivato per cercare il risultato in ogni corsa, grande o piccola che sia».
Il tuo tratto distintivo sta diventando la “sparata” alla Saronni.
«Così dicono, anzi così dice lo stesso Beppe (sorride, ndr). Ricevere i complimenti da un campione come Saronni è un onore, ricordo la sua vittoria a Good­wood e prima o poi non mi di­spiacerebbe vincere un mondiale come ha fatto lui. La “sparata” è una dote che ho da sempre e cerco di sfruttarla ogni volta che posso. Facevo lo stesso da dilettante. Per renderla vincente bi­sogna però capire se il terreno è quello giusto e valutare i tempi. L’azione da finisseur è la migliore per godersi il taglio del traguardo a braccia alzate, quando si arriva da soli si è sicuri di aver vinto, ma anche vincere in volata mi sto accorgendo regala una bella botta di adrenalina».
Papà Diego ha detto: «Moreno non ha mai fatto il corridore. Solo da quest’anno si è̀ messo a fare sul serio. E c’è̀ stato subito il salto di qualità». Confermi?
«Fino a due anni fa è assolutamente vero, già dal 2011 però ho iniziato a lavorare bene seguito da Paolo Slongo. Se rispetto alla stagione scorsa sono migliorato molto, ci sono due ragioni: in primis correvo meno, una grande crescita la danno solo le corse a tappe e io al massimo avevo preso parte al Gi­ro­Bio, e poi ho iniziato a usare l’SRM per seguire le tostissime tabelle di Slongo. Prima mi allenavo a sensazione, al massimo usavo il cardiofrequenzimetro, ora sono convinto che svolgere lavori specifici con l’SRM stia facendo la differenza».
Come ha reagito la tua famiglia a questo tuo superdebutto tra i professionisti?
«Le persone che mi vogliono bene so­no felici per me e ognuna mi supporta a suo modo. Mamma Vittorina è colei che cerca di farmi restare il più possibile un ragazzo normale: mi sta vicino ma dietro le quinte, odia farsi fotografare ed apparire, le corse non le guarda quasi mai perché ha paura che mi faccia male. A Papà Diego invece sto re­galando ciò che ha sempre sognato: quando al secondo anno da dilettante avevo deciso di appendere la bici al chiodo era disperato, ora basta guardarlo per vedere quanto sia felice. È in pensione e si sta godendo appieno questo periodo, venendo a fare il tifo per me alle corse con gli amici. Tra i miei primi tifosi ci sono anche nonna Maria e i miei fratelli: Matteo, che ora ha 32 anni e ha corso fino alla categoria un­der 23, Leonardo, che il mese prossimo ne compie 28 e ha corso tra i professionisti dal 2005 al 2009 (due anni alla Acqua&Sapone e tre con la Di­qui­gio­vanni Androni, ndr) e Chiara che è la più piccola (è del ’94, ndr) ma anche la più spiritosa. Sapete come ha commentato, via skype dal Canada, la mia vittoria al Polonia? Così: “Ci sei riuscito solo perché i corridori forti erano al Tour!”».
Facciamo qualche passo indietro. Ti ricordi la tua prima gara?
«Certo! Da G3, finii 17° e non penso in corsa fossimo molti di più (sorride, ndr). Da piccolo ero abbastanza scarso, a ripensarci non so neanche io dove ho trovato la forza di andare avanti! I primi risultati sono arrivati solo quando le gare hanno iniziato a presentare qualche salitella. La prima vinta fu da G5 in mtb, una sorpresa per tutti. Sembrava impossibile che quel bambino magrolino con gli occhiali da miope fosse capace di vincere».
E la prima bici?
«Una Moser-Montecorona blu, di se­rie, uguale a quella di tutti gli altri giovanissimi della squadra. Ci credete che è ancora in giro? Di recente ho visto pe­­dalare i ragazzini del paese e credo di averla adocchiata».
Con chi ti alleni di solito?
«Con mio cugino Ignazio, che corre nella Trevigiani, e Michele Simoni, di­lettante della Mantovani che abita an­che lui a Palù di Giovo».
A proposito di Ignazio, ti piacerebbe rit­rovarlo tra i professionisti?
«Sarebbe un sogno. Siamo molto legati, abbiamo trascorso l’infanzia assieme, le prime gare sempre uniti, sperando di arrivare entrambi nella massima categoria. Ritrovarci fianco a fianco sarebbe il massimo».
Hai un campione di riferimento?
«Non mi ispiro a nessuno, ma cerco di cogliere qua e là il meglio da uomini e donne che stimo, non solo sportivi. Am­miro l’astrofisica Margherita Hack e conosco a memoria i film di Quentin Tarantino. Non ho campioni da imitare però quando vincevano Gibo Simoni in bici e Valentino Rossi in moto ero contento. Prendo spunto da tanti, ma non di più».
Cosa ti ha insegnato il ciclismo?
«Soprattutto l’impegno. Probabilmente è solo una questione di età e maturazione, ma fino a qualche anno fa ero de­cisamente più fancazzista di adesso. Ho imparato ad essere metodico nel la­voro e credo che se avessi avuto la te­sta di adesso in passato sarei stato an­che uno studente migliore a scuola. Meglio tardi che mai... ».
Il periodo migliore vissuto in sella?
«Quest’anno perché sto vivendo tutto ciò che arriva con la massima serenità. Come detto mi sto impegnando per es­sere all’altezza della situazione ma non sto affrontando sacrifici mostruosi, riesco a godermela anche un po’. Per esempio quando torno a casa dall’allenamento mangio due piatti di pasta, non le gallette di riso con le proteine come molti miei colleghi. Solo così riesco ad essere tranquillo, a non saltare di testa e ad andare forte tutta la stagione».
Il più difficile?
«Il secondo anno da dilettante. Avevo un vero e proprio rigetto per la bici, av­vertivo malessere solo a intravedere un sito di ciclismo, non mi piaceva più l’ambiente. All’epoca pensavo le due ruote non potessero costituire il mio futuro, invece poi ho ritrovato la mia strada e ora ne sono davvero felice. Se non avessi fatto il corridore non ho idea di cosa sarei diventato. In quel periodo, l’unico in cui “da grande” non mi im­maginavo in bici, a dirla tutta non ave­vo voglia di fare un tubo quindi non mi vedevo in nessuna particolare veste. Avevo pensato di iscrivermi all’università, a Ingegneria o Architettura, perché sono sempre stato appassionato di disegno, ma dopo la maturità mi sono ri­promesso di darmi una chance con la bici ed è andata bene. Da allora non ho mai avuto alcun ripensamento».
La tua gara dei sogni?
«Tra quelle di un giorno senza dubbio la Liegi. Mi è piaciuto prendervi parte quest’anno e credo sia abbastanza adatta alle mie caratteristiche. Per i grandi Giri non posso ancora sapere quali sia­no i miei limiti perché non ne ho mai corso uno, ma non mi precluderei la possibilità di fare classifica perché il recupero è il mio forte. Prima di risponderti devo provarne uno per dirti a cosa ambisco. In genere però sono uno che sogna in grande e, dopo il Polonia, i piedi sono sempre ben saldi a terra ma le mie ambizioni si sono alzate».
Le classi ’89-90 si stanno dimostrando ricche di talenti. Tra qualche anno po­tremmo aspettarci una sfida Moser contro...?
«Di ragazzi promettenti ce ne sono molti. Il primo che mi viene in mente è il mio compagno di squadra Elia Vi­viani che ha già fatto vedere di essere un corridore, ma ha caratteristiche di­verse dalle mie quindi non dovremmo scontrarci. Penso quindi a Ulissi, anche lui ormai conosciuto, e Battaglin, che l’anno scorso tra i dilettanti mi ha dato filo da torcere. Tra gli stranieri penso a Thibaut Pinot, vincitore al Tour della tappa di Porrentruy, ma è difficile fare previsioni a lungo termine perché il ta­lento può emergere solo se accompagnato dalla testa e dalla costanza. Il tem­po ci dirà chi diventerà un campione e chi no».
E poi c’è il tuo compagno Peter Sagan.
«Peter è un fenomeno, al Tour finalmente si è preso la gloria che è sua di diritto, dimostrando a tutti quanto vale. Anche al di fuori delle gare impenna senza mani e fa di quelle acrobazie... E una potenza e guida la bici in maniera incredibile. Alla Liquigas Cannondale c’è proprio un bell’ambiente, ognuno di noi ha i suoi spazi e andiamo tutti d’accordo. Mi trovo nella squadra giusta per crescere nel modo migliore, non ho intenzione di andar via, anche perché uno come Peter nel finale è meglio averlo come compagno che come avversario (sorride, ndr)».
Quanto curi la bici?
«Non sono un maniaco della tecnica, non ho fisime particolari, rispetto il la­voro dei meccanici e penso solo a pedalare stando attento a evitare problemi. Se posso non tocco nulla, se per caso spostassi la sella anche di un millimetro rispetto al giorno prima non penserei ad altro per tutto l’allenamento e non mi sentirei a posto. Altro esempio? È dall’inizio dell’anno che uso le stesse scarpe, finchè posso non voglio cambiarle. Non si sa mai... ».
Che ruote preferisci usare?
«A profilo alto, sono più belle».
Meglio un telaio in alluminio o in carbonio?
«Carbonio».
Lasciamo un attimo la bici e andiamo a tavola. Che rapporto hai con il cibo?
«Mangio di tutto e davvero tanto, non tendo troppo a ingrassare. Piatto preferito? Sushi».
Birra o vino?
«Vi sorprenderò: birra!».
Spostiamoci in salotto, che musica ascolti?
«Davvero parecchia, è una parte fondamentale della mia vita, la colonna sonora è indispesabile. Dipende dall’umore, ma mi piacciono molto gruppi come i Placebo, i Radiohead e gli Sma­shing Pumpinks. In allenamento ascolto sempre il repertorio che ho caricato sul mio iPho­ne, a volte preferisco uscire apposta da solo per go­dermi della buo­na musica».
Ultimo libro letto?
«Il secolo perduto di Dan Brown, ma è passato un po’ di tempo».
Ultimo film visto?
«Project X-Una festa che spacca, una commedia molto leggera».
Radio, tv o computer?
«Passo più tempo al computer, ma mi sto appassionando sempre di più alla radio. Di solito ascolto Radio Deejay, non mi perdo quasi mai Deejay chiama Italia, il programma di Linus e Nicola Savino».
Sei fidanzato?
«No, sono single».
Credente?
«No, assolutamente no. Non sarà contento di questa risposta Don Daniele Laghi che mi benedice prima di ogni gara, ma non credo né nelle istituzioni religiose né al concetto di Dio. Diciamo che non ho il dono della fede».
Ti interessi di politica?
«Molto poco, il minimo sindacale».
Come te la cavavi a scuola?
«Non aprivo un libro, facevo il minimo indispensabile. Mi sono diplomato al Liceo scientifico tecnologico, ma senza impegnarmi molto».
Ti piace la popolarità o sei già stufo delle interviste e di tutti gli impegni lavorativi giù dalla bici?
«La vivo con molta serenità. Finora non sono così ricercato, l’attenzione dei me­dia e degli sponsor vanno a periodi e si possono sopportare con piacere. Poi non sono ancora così famoso... Se vado in giro vestito in borghese, la gente non mi ferma per strada!».
Una domanda che non sopporti?
«Moreno quanto ti pesa il tuo cognome? (ride, ndr). Forse all’inizio ho avuto più attenzione da parte dei media rispetto ai miei coetanei perché mi chiamo Moser, ma ora penso di essermela meritata per quanto sto facendo vedere in gara. Sono orgoglioso della mia famiglia e sono felice di sentirne parlare sempre in positivo, ma ripeterò all’infinito che voglio essere giudicato solo per il corridore che sto dimostrando di es­sere».
Quella che vorresti ti ponessero?
«È difficile trovarne una che non mi abbiate già rivolto, soprattutto dopo quest’intervista. Non so più cosa raccontarvi».

da tuttoBICI di agosto a firma di Giulia De Maio

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