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Lunedì 26 Dicembre | 09:32
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DONNE. Bronzini all'ACCPI: «Meritiamo più spazio»

L’Associazione Corridori Ciclisti Pro­fessionisti Italiani accoglie fa­vo­re­volmente le richieste delle ci­cliste azzurre, che negli ultimi me­si at­tra­verso la stampa e non solo hanno al­zato la voce per attirare l’attenzione sul mo­vi­mento femminile di casa no­stra. Come hanno sostenuto re­cen­temente due bandiere del mondo del­le due ruo­te italiano, Giorgia Bron­zini e Noemi Can­tele, il ciclismo che tante me­daglie iridate ci regala merita maggiore considerazione e tutela. L’ACCPI si sta impegnando in questo senso ad aprire un dialogo con le ragazze che praticano ciclismo per cercare insieme a loro una via per garantire opportunità e garanzie pari ai colleghi uomini.
Questo viaggio alla scoperta dei problemi e delle necessità del ciclismo femminile non poteva che iniziare con le richieste delle ci­cliste stesse, di cui si fa portavoce la bicampionessa del mondo Giorgia Bronzini, che spiega: «Le italiane danno al ciclismo più di quello che ricevono. Il nostro movimento sta crescendo nei numeri e nel valore, e con ri­sultati che, almeno negli ultimi anni, gli uo­mini non sono riusciti a conquistare. Cosa ci manca? Le strutture: dai dirigenti alle squadre. Mancano soprattutto i soldi e gli sponsor. All’estero hanno capito che le donne mi­gliorano il ciclismo nello spettacolo, nell’immagine e nella cultura. E alcune fra le maggiori squadre hanno aperto un settore femminile: il costo è limitatissimo, perché l’or­ga­nizzazione esiste già, dai meccanici ai mas­saggiatori, dalle biciclette alle ammiraglie».
Com’è essere una ciclista nel nostro paese?
«In Italia si fa solo una grande fatica. Tant’è vero che, quando mi chiedono un consiglio sul ciclismo femminile, io dico subito che è meglio smettere, o non cominciare neanche, e dedicarsi ad altro. Poi però aggiungo che, se ci sono voglia e passione, allora il ciclismo regala emozioni e avventura, disciplina e carattere».
Dovremmo prendere da esempio gli altri sport?
«Sì, non c’è proprio paragone. Nel tennis si è giunti quasi alla parità nella tabella premi. Nel basket e nella pallavolo, ma anche nello sci e nel nuoto, ci sono più attenzione e spa­zi. Noi siamo ancora relegate a ruoli da comparse».
Pat McQuaid, durante una conferenza stampa indetta poco prima che partisse il campionato del mondo che ti ha visto entrare nella storia come prima atleta italiana a conquistare il bis iridato, ha affermato che, il ciclismo femminile non è pronto per ottenere tutele sindacali come, per esempio, un minimo salariale per tutte le atlete.
«Io dico, invece, che questo momento è giunto e già da un po’: il ciclismo femminile è pronto a fare dei passi avanti importanti. Con la maglia che ho l’onore di indossare cercherò di dar voce alle esigenze delle cicliste, come già sta facendo magistralmente Noe­mi Cantele (componente della Com­mis­sione Etica dell’Unione Ciclistica Inter­na­zionale, ndr). Già a Copenhagen avrei voluto parlare con il presidente dell’UCI per fargli notare che la mia maglia vale tanto quanto quella di Cavendish e per fargli un elenco dei motivi per cui noi donne meritiamo di più».
L’ACCPI cosa può fare concretamente per voi?
«Per prima cosa potrebbe impegnarsi insieme alle altre associazioni nazionali per far sì che la nostra categoria sia riconosciuta come professionistica a tutti gli effetti. Finché saremo considerate delle dilettanti, non po­tremo esigere un trattamento pari ai nostri colleghi professionisti».

di Giulia De Maio
da tuttoBICI di dicembre

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